Twitter torna? La scommessa legale di Operation Bluebird
Una startup fondata da un ex avvocato di Twitter sostiene che Elon Musk abbia di fatto abbandonato il marchio Twitter. Un giudice, per ora solo a voce, sembra pensarla allo stesso modo.
Nel 2009 ho raccontato di essere stato scelto dal team di Twitter, insieme a una manciata di altri volontari italiani, per tradurre il sito in italiano — gratis, per lo stesso motivo per cui anni prima avevo tradotto Morrowind: mi piaceva farlo, e il servizio restava gratuito per tutti. Diciassette anni dopo, quel nome che ho contribuito a rendere leggibile in italiano potrebbe tornare. Non per mano di Elon Musk, che nel 2023 lo ha cancellato per trasformarlo in X, ma di una startup che quasi nessuno si aspettava: Operation Bluebird.
- Chi c’è dietro Operation Bluebird
- La causa: X Corp. v. Operation Bluebird
- Un pronostico difficile, ma stimolante
- Il mio punto di vista. Personale.
Chi c’è dietro Operation Bluebird
Operation Bluebird è il progetto di Stephen Coates, che è stato per anni general counsel di Twitter (quello vero, pre-Musk), insieme all’avvocato specializzato in marchi Michael Peroff. Il 26 agosto 2026 hanno lanciato pubblicamente Twitter.now, attualmente in accesso anticipato e a numero chiuso: si può prenotare il proprio handle, ma l’ingresso vero e proprio è ancora limitato. Nell’interfaccia si ritrovano reply e retweet praticamente identici a quelli dell’originale, con l’aggiunta di uno strumento di fact-checking che il vecchio Twitter non aveva.
La tesi di fondo di Coates e Peroff è semplice da riassumere: X non usa più il nome “Twitter” né la parola “tweet” da anni, ha rimosso l’uccellino da loghi e comunicazione, quindi quei marchi sono di fatto liberi — e loro vogliono essere i primi a riprenderseli.
La causa: X Corp. v. Operation Bluebird
Qui la storia smette di essere solo un aneddoto tecnologico e diventa una battaglia legale vera, che ha già un nome ufficiale: X Corp. v. Operation Bluebird. A dicembre 2025 X ha fatto causa a Operation Bluebird in Delaware, chiedendo un’ingiunzione preliminare per bloccare sul nascere il lancio di un servizio con il nome Twitter.
Operation Bluebird, dal canto suo, non si è limitata a difendersi: ha depositato all’USPTO (l’ufficio marchi e brevetti americano) una petizione di 105 pagine per far dichiarare decaduti i marchi “Twitter” e “Tweet”, facendo leva su una regola precisa del diritto americano dei marchi (il Lanham Act): tre anni consecutivi di non utilizzo, senza intenzione di riprenderlo, creano una presunzione di abbandono. Come prova principale citano le stesse parole di Musk del 2023, quando annunciò che avrebbe detto addio “al marchio Twitter e, gradualmente, a tutti gli uccellini”.
A dare peso concreto alla tesi ci ha pensato, per ora solo a voce, il giudice distrettuale Colm Connolly: in un’udienza di aprile 2026 ha dichiarato dal banco che X “sembra aver abbandonato i diritti di proprietà intellettuale sulla parola ‘Tweet’, sul logo dell’uccellino, e forse anche sulla parola ‘Twitter’ stessa” — una dichiarazione che le testate tecnologiche hanno riportato ampiamente. È importante essere precisi però: si tratta di un’opinione preliminare espressa a voce durante l’udienza, non di una sentenza scritta — che a fine agosto 2026 non è ancora arrivata. Operation Bluebird ha comunque deciso che bastava come via libera informale per lanciare Twitter.now senza aspettare l’ultima parola del tribunale.
Un pronostico difficile, ma stimolante
Non ho gli strumenti per dire come finirà la causa — il diritto dei marchi è un campo minato anche per chi lo mastica di mestiere, figurarsi da fuori. Ma qualche osservazione mi sento di farla.
La prima è che la scommessa di Operation Bluebird è tanto più forte quanto più X somiglia oggi a una piattaforma diversa, con un altro nome, un altro logo, un altro proprietario che ha esplicitamente detto di volersi allontanare dal brand originale: è raro che chi fa causa per un marchio abbia lasciato in giro così tante proprie dichiarazioni contro se stesso. La seconda è che rifare “un altro Twitter” nel 2026 è molto più difficile che nel 2009: il pubblico è più stanco, più diviso su piattaforme diverse (Bluesky, Threads, Mastodon), e un nome familiare da solo non basta più a spostare milioni di persone — serve anche fiducia, cosa che né Musk né una startup appena nata hanno in abbondanza.
Il mio punto di vista. Personale.
C’è poi un pezzo più personale, ed è quello che mi tiene davvero legato a questa notizia. Mi sento orfano di Twitter da quando è finito nelle mani di Musk: da troppi anni ormai è diventato il megafono della mediocrità, più che una piazza. Ricordo un Twitter autorevole — l’unico media abbastanza veloce da mettere in comunicazione in tempo reale zone disagiate del pianeta, o intere zone di guerra, con tutti noi, spesso prima ancora che la notizia arrivasse ai telegiornali. Ricordo quando la spunta blu te la dava Twitter stesso, perché eri autorevole per quello che facevi o dicevi, non perché avevi una carta di credito: oggi te la compri come l’insalata al mercato, e infatti vale altrettanto.
È anche per questo che continuerò a seguire Operation Bluebird con più di una semplice curiosità tecnica: non tanto per rivedere lo stesso nome tornare online, quanto nella speranza — flebile, lo so — che qualcuno, ripartendo da zero proprio con quel nome, provi davvero a restituirgli l’autorevolezza persa per strada. Un servizio che ho contribuito a tradurre da volontario, quando era ancora un progetto piccolo e un po’ ingenuo, che torna a esistere gestito da chi lo conosceva dall’interno prima che diventasse altro: difficile. Ma vale la pena sperarci.